Il volo delle anatre
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Il volo delle anatre


Un giorno il maestro Ma-tsu e Pai-chang stavano passeggiando quando videro uno stormo di anatre in volo.
Il maestro chiese: "Che cosa sono?".
Rispose Pai-chang: "Anatre selvatiche".
"Dove sono andate?".
"Sono andate via".
Allora Ma-tsu afferrò il naso di Pai-chang e glielo torse. Il discepolo gridò di dolore.
E poi il maestro chiese: "Quando mai sono volate via?".
In quel momento a Pai-chang si aprì la mente.

Ovviamente le anatre sono i pensieri. Non possono che essere selvatiche, così come i pensieri sono inconsapevoli e incontrollati: un vortice che ci prende e ci frastuona, rendendoci totalmente succubi della nostra mente scomposta e diseducata.
Pensare un pensiero non è vederlo. Così come non è detto che se passa un'anatra in cielo, tu la veda: devi alzare gli occhi. Allora il primo passo è osservare i pensieri. Poi riconoscerli come 'anatre selvatiche': impermanenti e insoddisfacenti nella loro impermanenza. A questo punto si realizza la loro natura, che è quella propria di qualcosa che continuamente 'va via'.
Ma è un 'continuamente «va via»'! Non un 'va via' una volta per tutte! Se Pai-chang dice "Sono andate via" come per dire: discorso chiuso, se ne sono andate, non ci sono più anatre in cielo, ... allora non ha capito. Non ha capito la metafora: si parla della mente e dei pensieri. Allora: se credi che i pensieri siano quelle cose che a forza di osservarle, un giorno potrai dire: "sono andati via", sei come il povero Pai-chang. È naturale che ci siano i pensieri? Certo! Allora cercare che vadano tutti via è un po' artificioso, è uno sforzo contro-natura. No? Il flusso dei pensieri continuamente sta: così come - paradossalmente - in questa storia zen le anatre non sono mai andate via ('Quando mai sono volate via?').
Pensare che le anatre siano andate via è ritenere la meditazione come una tecnica per cambiare il nostro stato. Cosa massimamente inopportuna! Non c'è nulla da cambiare, non c'è nulla a cui arrivare, non c'è nulla da capire, non c'è nulla che si debba trasformare. E allora uno dice: ma cosa serve dunque? Ecco: in questo caso non si sarebbe capito proprio niente. La meditazione non serve: la meditazione non è serva di nulla. La meditazione non è uno strumento, con la meditazione non c'è nessun utilitarismo. Meditare è realizzare, nient'altro: se realizzi, non realizzi questo o quello. Realizzi e basta. Ma anche se mediti per realizzare, pure in questo caso non cogli nel segno. Meditare è esso stesso realizzare. Quindi: non meditare per realizzare, ma meditare e realizzare.
Eppure le anatre sono volate via. Non va scartata questa verità a scapito dell'opposta. Non è un si/no. È pieno di significato questo non specificare dove siano andate: sono semplicemente andate via. Un 'via' indefinito, così come è indefinito anche il 'da dove'. Arrivano le anatre, passano nel cielo e vanno via. Sono una indeterminata provenienza e un indeterminato 'verso dove' non a causa di una nostra non conoscenza, di una nostra ignoranza in merito alla questione. È invece sull'indefinito vuoto che si stagliano i pensieri, così come è attraverso la presenza dei pensieri stessi che fruisco liberamente di questo vuoto. I pensieri costituiscono quei tratti neri su un foglio bianco dalle dimensioni infinite, che mi offrono la possibilità di realizzare la bianchezza di quel foglio medesimo. Altrimenti non vi sarebbe realizzazione, ma un semplice vivere inconsapevolmente quel bianco.
È proprio questo vuoto che causa l'indefinibilità del 'da dove' e del 'verso dove'. Il vuoto non è qualcosa; non è un ente; non è indicabile, riscontrabile. Non guardi dentro te stesso e puntando l'indice da qualche parte dici: ecco il vuoto! È  uno (non-) stato di assenza, di non-essere. Non ha un suo inizio né un suo termine: è il luogo della provenienza, della danza e della conclusione dei pensieri.