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Il non pensare (Giovanni Allevi)

 


Il non pensare (Giovanni Allevi)
 

A volte l’esperienza ci mostra come il vivere intensamente corrisponda a un momentaneo abbandono della nostra facoltà di classificare, controllare, giudicare, cioè di pensare.
Vivere la vita o scriverla, esserne partecipe o pensarla: queste sono alternative esistenziali con cui gli artisti e i filosofi fanno i conti tutti i giorni.
Ma il segreto è non pensare.
Il pianista cerca i suoni e per farlo deve anche non pensare. Ogni suo calcolo infinitesimale precede e segue l’esecuzione, nella fase di studio, memorizzazione e prova, nella razionale gestione del tempo che ha a disposizione, nella comprensione del testo che è adagiato sul leggio. Ma quando è abbandonato alla dolce carezza dei tasti, sperimenta la solitudine totale ed è in grado di trascinare l’ascoltatore nella dimensione del non pensare, del silenzio, del recupero di sé. Egli stesso si rende conto che il concerto è passato in un attimo e se ne meraviglia: per un piccolo arco di tempo ha bevuto al nettare della vita e ne è stato talmente inebriato da non ricordare nulla, così come chiunque altro che fa con passione i gesti che ama.
Il non pensare è legato a ogni tipo di ritualità, alla ripetizione di gesti o parole che aiutano ognuno di noi a uscire dalla gabbia grigia e fredda del pensiero.

Quando un uomo non pensa il suo rumore principale diventa quello del cuore e del respiro, uniti insieme in una straordinaria poliritmia ancestrale. Due cicli discordi interagiscono, creando curve nuove e irregolari, parabole vertiginose o piane, che alimentano il fuoco dell’emozione. Un motore che ha due pistoni diversi, un elastico che si tende continuamente da più parti, assumendo strane forme, una trottola mal bilanciata che inventa, finché è in equilibrio, evoluzioni circensi.
Ogni uomo, quando non pensa, suona, bagna, sogna, odora, scalda, cerca il contatto con le cose che vibrano, che restano umide, che inebriano, che profumano e scottano.
A me piace l’acqua, avvolgente, che rende opaca e lontana ogni cosa, annullando il tempo misurato, e che spinge in superficie con forza e grazia, o ingloba silenziosa il corpo che ha perso il suo spazio.
L’uomo deve tornare a essere soggetto assoluto della propria esistenza, vero punto di partenza di sé. Come si concilia tale visione con l’abbandono?
Credo che la grande scoperta di questo strano tempo sia che abbandono e attività non sono in rapporto antitetico.
In realtà dobbiamo evitare di strozzare il torrente impetuoso che è in ognuno di noi, dobbiamo evitare l’inibizione a tuffarci nella danza delle cose, fosse anche il traffico cittadino.
Ma l’inibizione nasce nel pensiero solitario: la nostra piccola mente non ce la fa a contenere un universo che danza, e allora concepisce il concetto dell’ irraggiungibile, dell’impossibile, della delega a forze altrui.
Invece il non pensare è apertura e paradossalmente è comunicazione profonda con gli altri: ora che siamo di fronte, dimentichiamo i nostri ruoli, i nostri nomi e riconosciamoci come esseri umani, come miracoli. Un essere umano, chiunque sia, è il culmine cui la natura è giunta e da essa si differenzia per l’estrema imprevedibilità, per la misteriosa e prodigiosa presenza.
Forse è possibile che più universi umani possano comunicare, al prezzo dell’abbandono di ogni costruzione convenzionale, residuo del pensiero; forse comunicare significa essere presenti l’uno all’altro, tramite tutti i canali di cui l’umana e poliedrica personalità dispone, dalle azioni al calore corporeo.