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"Questo è stato detto dal Beato, è stato
detto dall'Arahant, e così ho udito: «O monaci, deva e uomini sono pervasi da
due convinzioni che guidano la loro vita: alcuni si avvinghiano ed altri
fuggono. Coloro che hanno capacità di discernimento, invece, osservano. E come,
o monaci, alcuni si avvinghiano? I deva e gli uomini, o monaci, godono
dell'esistenza ed in essa provano diletto e soddisfazione. Quando il Dhamma
[l'insegnamento] viene loro rivelato allo scopo di por fine alle esistenze, la
loro mente non sprizza, non diviene serena, non si quieta, non si affidano a
questo insegnamento. Così, o monaci, essi si avvinghiano. Un testo, questo, da mettere in parallelo al lavoro sulla consapevolezza durante la pratica meditativa. Ogni fenomeno (pensiero, ricordo, giudizio, emozione, sensazione, ecc.) va osservato. Non ci si avvinghia ad esso, così come non lo si rifugge. Lo si osserva: esso sorge e poi scompare. Con disincanto, con distacco, osserviamo la sua estinzione. Solo con questa consapevolezza lo si può discernere. Consapevolezza del respiro. A conclusione della lezione del lunedì abbiamo letto e commentato un altro brano tratto dal Denkoroku (clicca qui).
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